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Chianti di San Gimignano 1971 Montenidoli:
Profumi di Bourgogne in Terra Toscana

Chianti di San Gimignano 1971 Ricordo benissimo quella fredda mattina dello scorso febbraio, con la febbre e l’attesa delle grandi occasioni. Eravamo saliti a Montenidoli, in quel posto magico dove si producono schietti e autentici vini di terroir, perché la cara amica Elisabetta Fagiuoli aveva accolto la mia richiesta di poter assaggiare un po’ di vecchie annate delle sue magnifiche Vernaccia di San Gimignano e insieme avevamo pensato di coinvolgere un po’ di altri amici.

Così, una volta arrivato in quel posto magico dove Elisabetta vive e lavora con Sergio d’Asej, “patriarca” e poeta, avevo trovato colleghi e persone a me care come Roberto Giuliani, alias LaVINIum, Ernesto Gentili della guida dell’Espresso, il più toscano dei wine writer americano based in Italy, Kyle Phillips, e poi anche Carlo Macchi, che dalla non lontana Poggibonsi aveva portato con sé, che grande sorpresa!, nientemeno che l’uomo che da del tu al Sangiovese, “bicchierino” Giulio Gambelli, e con noi c’era anche Marino Giordani, presidente dell’A.I.S. della Liguria.

Innamorati della Vernaccia di Elisabetta, io in particolare della versione fiore e di quella tradizionale, un po’ meno entusiasta di quella carato, avevamo solo una vaga idea di quali meraviglie di eleganza, fragranza, vivacità e complessità minerale ci avrebbero regalato vini come la Vernaccia Fiore 1991, oppure quella tradizionale 1984, per tacere del 1989, del 1995 carato, ma non ci aspettavamo affatto che la signora di Montenidoli sarebbe stata capace di stupirci ulteriormente tirando fuori dal “cappello del mago” di una vecchia cantina da cui erano stati estratti vini dalle etichette quasi illeggibili ma ancora pieni di vita e di verità, addirittura un grande rosso d’antan.

Non un vino qualsiasi, bensì un rosso, bottiglia bordolese dal vetro scuro ed etichetta essenziale, classica, da Château bordolese (vedi la foto di Roberto Giuliani), dove si leggeva nientemeno che una dicitura che nessuno pensava fosse possibile seppure all’epoca, ovvero Chianti di San Gimignano. Un Chianti, orgogliosamente rivendicante l’essere espressione di Montenidoli “Sono Montenidoli” le parole, del lontanissimo 1971, anno in cui, con ogni probabilità, a fare compagnia a Messer Sangiovese e a quel Canaiuolo che in questa esemplare tenuta di San Gimignano si esprime benissimo e regala un rosé da mirabilie, poteva esserci anche una quota di uve bianche, com’era naturale in Toscana seguendo la regola del barone di ferro Bettino Ricasoli.

Una bottiglia di trentasette anni ancora con il livello del liquido decisamente alto, che una volta liberata dal tappo e lasciata pian piano respirare, risalire con studiata lentezza e qualche fatica i tornanti del lunghissimo tempo trascorso in cantina, ritrovare energia ed una capacità di respiro normale, ci lasciò tutti senza fiato, per la sua finezza assoluta, per un’essenzialità e una poesia da vino che, come dissi quel giorno, era davvero “fuori misura”.

Rubino granato ancora integro e di una vivacità magica il colore, un bouquet aromatico delicatissimo, affascinante, fané, romantico e autunnale nel suo raccontare di foglie e funghi secchi, di sottobosco, di una leggera speziatura e nota di pepe, di rosa e melograno, di ciliegie sotto spirito. Al palato ancora più sorprendente e quasi miracolosa la freschezza, con quel nerbo indomabile conferito da un’acidità ancora viva, da un tannino ancora presente ma ormai saggio e vellutato, con una vivacità d’espressione, nitida, minerale, sapida, anzi salata, una ricchezza di sapore e da una lunghezza e persistenza, un garbo antico fine, aristocratico, da lasciare letteralmente stupefatti.

E tutto questo a San Gimignano in un’oasi di vini bianchi in un oceano di rossi, grazie ad un vino, all’antica, di quasi quarant’anni, in un domaine che è Toscana, certo, ma che ha la Bourgogne e la sua eleganza nella mente e nel cuore...
Franco Ziliani, da Vino al Vino

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